C’è un momento, quasi impercettibile, in cui la vittoria smette di emozionare e inizia a infastidire. Non accade quando un pilota vince. Accade quando smette di poter perdere. Quando lo fa con una continuità che sembra sottrarre qualcosa agli altri, e soprattutto a chi guarda.

Nel motorsport, e in particolare in Formula 1, questo ciclo è ricorrente. Arriva un pilota dominante, spesso sostenuto da un’auto superiore, che trasforma la competizione in qualcosa di già scritto. E da lì cambia tutto: non lo sport né il pilota, ma il racconto che ne facciamo: da talento straordinario a “problema per lo spettacolo”, da riferimento tecnico a simbolo di monotonia.

È già successo, più volte. Con Michael Schumacher nei primi anni 2000, quando con la Ferrari vinse il campionato già a luglio e con sei gare d’anticipo. Con Sebastian Vettel e la Red Bull nel 2013, nove vittorie consecutive che svuotarono di senso le domeniche. Poi con la stella d’argento Mercedes e Lewis Hamilton e i suoi quattro titoli consecutivi dal 2017 al 2020, e più recentemente con Max Verstappen, capace nella stagione 2023 di battere il record di Vettel portando a 10 il numero dei suoi trionfi consecutivi.

Dove nasce la noia

Dire che ci si annoia perché qualcuno domina è una scorciatoia. Non è la perfezione a stancare. È l’assenza di un’alternativa dell’esito finale sotto la bandiera a scacchi.

Lo sport vive di una promessa implicita: che il risultato non sia già scritto. Quando questa promessa si incrina, la gara smette di essere un confronto e diventa una semplice sequenza.

E la ripetizione, nel nostro cervello, inevitabilmente stride.

Il bisogno che non ammettiamo: vedere il dominio spezzarsi

C’è dunque un secondo elemento più scomodo da ammettere. Non odiamo davvero il pilota dominante. Ma, per l’appunto, ciò che rappresenta. L’impossibilità che la promessa venga mantenuta.

Ogni dominio prolungato crea così una tensione psicologica collettiva. Il pubblico inizia a tifare contro non per cattiveria, ma per necessità di ristabilire un certo ordine. A un certo punto non si cerca più il migliore: si cerca qualcuno che lo batta. Qualcuno che alteri la narrazione.

La F1 e il paradosso della perfezione

La Formula 1 amplifica tutto questo. Perché non è progettata per essere equilibrata, ma per premiare chi interpreta meglio le regole.

Quando qualcuno ci riesce troppo bene, il risultato è perfetto dal punto di vista tecnico, ma fragile da quello narrativo.

Eppure il pubblico non vive di ingegneria. Ma ricerca lo show, il colpo di scena, i duelli ruota a ruota.

Perché il dominio cambia la percezione dei piloti

Il problema non è quanto un pilota sia forte, ma per quanto tempo lo resta senza una concreta opposizione.

Quando una vittoria è rara e sporadica, diventa preziosa. Quando diventa una costante, inevitabilmente richiede nuove chiavi di lettura. Il pubblico smette di accettare la semplicità e inizia a cercare crepe ovunque, anche dove non ce ne sono.

C’è dunque un’importante responsabilità che va riconosciuta a carico del pubblico stesso, che, di fronte all’impossibilità della speranza, finisce per svuotare di valore una grande prestazione.

L’antitesi: il dominio come forma diversa di spettacolo

C’è però una tesi opposta che non può essere ignorata. Il dominio non sempre impoverisce lo spettacolo, a volte lo trasforma e lo estremizza.

Quando un pilota o un team raggiungono un livello superiore agli altri, lo sport non smette necessariamente di essere interessante, ma cambia oggetto di interesse.

Non si guarda più alla lotta per la vittoria, ma ai margini della superiorità: quanto è netto il distacco, dove si annidano eventuali imperfezioni, chi riesce anche solo per pochi giri, in condizioni particolari o attraverso scelte strategiche a resistere all’inevitabile.

In questa prospettiva, ogni errore di chi domina diventa un evento raro, ogni variazione di performance un dato da interpretare.

Il vero motivo per cui “non sopportiamo” chi vince sempre

Ad alti livelli, il dominio è qualcosa di estremamente naturale. È ciò a cui si ambisce ogni giorno. Per cui non va demonizzato, ma accettato e descritto nelle sue diverse forme, perché è parte della competizione stessa.

Non è il dominio a essere insopportabile. È ciò che cancella: l’idea che il risultato possa ancora sorprendere. E quando questo smette di essere un’incognita, lo sport perde parte della propria essenza.

Per questo i piloti dominanti dividono. Non perché sbagliano qualcosa, ma perché non lasciano spazio a nessun altro.

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