La montagna più famosa del motorsport non perdona nessuno. Non perdona gli errori, non perdona la paura e spesso non perdona nemmeno i grandi costruttori. Eppure, nel silenzio rarefatto delle Rocky Mountains, a oltre 4.000 metri d’altitudine, un italiano è riuscito a fare ciò che nessuno prima aveva mai fatto.
Simone Faggioli ha conquistato la Pikes Peak 2025 trasformando una carriera già leggendaria in qualcosa di ancora più grande. È stato il momento in cui il mondo delle cronoscalate europee ha bussato alla porta del motorsport globale e si è preso la scena. Contro team ufficiali, contro condizioni estreme e contro una gara che da oltre un secolo separa i piloti veloci da quelli destinati a entrare nella storia.
Per chi segue davvero le corse in salita, il nome di Faggioli non rappresenta una sorpresa. È il riferimento assoluto della disciplina da oltre vent’anni. Ma ciò che è successo nel giugno 2025 ha avuto un peso diverso: improvvisamente, un mondo spesso rimasto ai margini del grande racconto del motorsport è finito sotto i riflettori internazionali.
E lo ha fatto con un pilota toscano che ha costruito una carriera quasi irripetibile.
Il re delle cronoscalate
Nato a Bagno a Ripoli nel 1978, Simone Faggioli è cresciuto seguendo l’ombra di suo padre Mario, anche lui pilota. Ma quello che poteva restare un’eredità familiare si è trasformato negli anni in una dominazione tecnica e sportiva senza precedenti.
Undici titoli europei. Diciotto italiani. Numeri che, nel panorama delle cronoscalate, assumono dimensioni quasi irreali.
Faggioli non è diventato un simbolo attraverso campagne mediatiche o grandi costruttori alle spalle. Lo è diventato macinando chilometri tra tornanti, muri vicinissimi e strade di montagna dove il margine d’errore spesso non esiste. È cresciuto prima con le Osella e poi con le Norma, costruendo contemporaneamente una struttura tutta sua: il Team Faggioli.
Ed è proprio questo uno degli aspetti che rende la sua storia diversa da quella di molti altri campioni. Faggioli non è soltanto il pilota. È il centro operativo di un ecosistema costruito attorno alla cultura e alla disciplina della salita.
Nel 2018 aveva già assaggiato la Pikes Peak, chiudendo secondo. Una ferita sportiva rimasta aperta per anni. Perché chi arriva vicino alla vetta della “Race To The Clouds” difficilmente riesce a dimenticarla.
Pikes Peak, la corsa che mette paura anche ai giganti
Per capire davvero il peso della vittoria del 2025 bisogna comprendere cosa sia la Pikes Peak International Hill Climb.
Non è soltanto una gara americana leggendaria. È una sfida contro l’altitudine, contro l’ossigeno che scompare, contro un tracciato che cambia personalità curva dopo curva. Venti chilometri, 156 curve, partenza a quasi 3.000 metri e arrivo oltre quota 4.300.
Lì sopra i motori perdono efficienza, il corpo umano fatica a respirare e il vento può trasformare una vettura in qualcosa di ingestibile.
Nel 2025 le condizioni erano talmente estreme da costringere gli organizzatori a tagliare l’ultima parte del tracciato a causa delle raffiche superiori ai 100 km/h. Ma la montagna, anche accorciata, è rimasta feroce.
Ed è proprio in quel contesto che Faggioli ha firmato una delle prestazioni più importanti della sua carriera.
Al volante della Nova Proto NP01 Bardahl, prototipo leggerissimo spinto da motore biturbo Emap e gommato Pirelli, il pilota italiano ha fermato il cronometro in 3’37”196. Abbastanza per battere uno dei più grandi specialisti della montagna: Romain Dumas.
E qui emerge un dettaglio fondamentale.
Dumas non era su una vettura privata qualsiasi. Correva con la Ford Super Mustang Mach-E ufficiale, uno dei progetti più avanzati mai visti alla Pikes Peak. Una macchina elettrica estrema, sviluppata da una struttura ufficiale con risorse enormi.
Faggioli, invece, ha vinto con una squadra italiana indipendente. Ed è forse questo il cuore più romantico dell’intera impresa.

Non solo vittoria: dominio italiano
Come se non bastasse, il Team Faggioli ha completato un risultato quasi perfetto portando sul podio anche Diego Degasperi, terzo assoluto al debutto in Colorado.
Un dettaglio che racconta molto della qualità tecnica costruita negli anni dalla squadra toscana. La Pikes Peak è spesso terreno di esperimenti estremi e costruttori ufficiali. Entrarci da protagonisti è difficile. Dominarla con due vetture italiane è qualcosa che va oltre il semplice successo sportivo.
Ed è interessante osservare come questa vittoria arrivi in un momento storico particolare per le cronoscalate.
Negli ultimi anni la disciplina ha vissuto una lenta trasformazione tecnica: prototipi sempre più sofisticati, elettronica evoluta, gestione aerodinamica avanzata e un livello prestazionale ormai vicino a categorie ben più mediatiche. La NP01 Bardahl di Faggioli rappresenta perfettamente questa evoluzione: un’arma progettata per massimizzare agilità, trazione e stabilità anche in condizioni estreme.
Ma il punto centrale resta sempre il pilota.
Perché a quelle altitudini la precisione vale più della potenza. E Faggioli, da questo punto di vista, continua a sembrare quasi chirurgico.
Vallecamonica, il segnale che il dominio continua
La sensazione è che la vittoria americana non sia stata un episodio isolato, ma la conferma di uno stato di forma impressionante.
Pochi mesi dopo il trionfo in Colorado, Faggioli ha infatti conquistato anche il Trofeo Vallecamonica 2026, una delle cronoscalate più iconiche del panorama italiano. Sesta vittoria personale a Borno, ottenuta nonostante un problema tecnico al cambio nell’ultima manche.
Un successo che racconta bene la mentalità del pilota toscano. Velocità, ma anche capacità di gestione e lettura della gara.
E forse è proprio qui che si nasconde la sua grandezza. Faggioli non corre mai per spettacolarizzare se stesso. Corre per essere efficace, massimizzando il risultato. Una caratteristica che negli anni gli ha permesso di restare competitivo mentre generazioni intere di rivali cambiavano attorno a lui.
L’eredità di una vittoria storica
La vittoria alla Pikes Peak 2025 rischia di avere un impatto molto più grande del semplice albo d’oro.
Perché improvvisamente il motorsport italiano ha riscoperto un mondo che spesso viene ignorato dal racconto mainstream. Le cronoscalate esistono lontano dai riflettori globali, ma custodiscono una purezza tecnica e umana che poche categorie moderne possiedono ancora.
Faggioli rappresenta tutto questo.
Un pilota cresciuto fuori dai circuiti milionari, lontano dalla Formula 1 e dalle grandi academy, ma capace di diventare il migliore al mondo nella disciplina più estrema delle gare contro il tempo.
E forse la cosa più affascinante è che la sua carriera non sembra ancora conclusa.
Perché dopo aver conquistato l’Europa, l’Italia e infine la montagna più famosa del motorsport, resta una sensazione precisa: Simone Faggioli non corre più soltanto contro gli avversari.
Corre contro la storia stessa delle cronoscalate.
