Foto di Ferrari Media Centre / Scuderia Ferrari

Il successo in Spagna aveva acceso l’entusiasmo. Due settimane dopo, in Austria, la realtà è tornata a bussare alla porta di Maranello. E il problema va ben oltre il motore.

Per una settimana la Ferrari aveva assaporato il gusto della rinascita. Il trionfo di Lewis Hamilton a Barcellona sembrava aver segnato un punto di svolta, alimentando la convinzione che la SF-26 fosse finalmente pronta a inserirsi stabilmente nella lotta al vertice. Poi è arrivata Spielberg.

Il Gran Premio d’Austria ha riportato tutti con i piedi per terra, mostrando una Ferrari incapace di tenere il passo di Mercedes, Red Bull e perfino McLaren nella seconda metà della gara. Un ribaltamento tanto netto da far nascere una domanda inevitabile: qual è la vera Ferrari del 2026?

La risposta, probabilmente, sta nel mezzo. La SF-26 non è la macchina dominante vista in Catalogna, ma nemmeno quella smarrita che ha chiuso il weekend austriaco con Hamilton quinto e Leclerc soltanto ottavo. Il vero problema è che questa monoposto vive su un filo sottilissimo: basta uscire dalla finestra ideale di funzionamento e il rendimento precipita.

Il venerdì che ha compromesso tutto

La domenica del Red Bull Ring è stata soltanto la conseguenza di un weekend iniziato nel modo sbagliato. Già durante le simulazioni gara del venerdì erano emersi segnali preoccupanti. Sul passo la Ferrari accusava un ritardo evidente rispetto ai rivali diretti e le modifiche apportate durante la notte hanno migliorato soltanto la competitività sul giro secco, permettendo una buona qualifica senza però risolvere il vero problema.

In gara il conto è arrivato immediatamente. Hamilton è riuscito a sorprendere Leclerc al via e a rimanere per pochi giri alle spalle della Mercedes di George Russell, ma quello sforzo iniziale ha avuto un costo enorme nella gestione degli pneumatici. Il posteriore della SF-26 ha iniziato a scivolare sempre di più, facendo impennare le temperature delle gomme e distruggendo il ritmo gara.

Lo stesso Leclerc ha parlato apertamente di una monoposto instabile, difficile da controllare e incapace di preservare gli pneumatici posteriori. Hamilton ha confermato la stessa sensazione, raccontando una vettura che non riusciva a valorizzare nessuna delle mescole disponibili.

Non è soltanto una questione di motore

Il deficit della power unit Ferrari continua a rappresentare un limite evidente, soprattutto su circuiti ricchi di accelerazioni come Spielberg. Hamilton ha ammesso che il divario dalla Mercedes in rettilineo è stato persino superiore alle aspettative. Per compensarlo, i piloti erano costretti a recuperare tempo nelle curve, caricando ulteriormente gli pneumatici e accelerandone il degrado.

Nemmeno gli aggiornamenti introdotti grazie alle concessioni ADUO sono bastati a ridurre significativamente la differenza. Lo stesso Frederic Vasseur ha invitato a non creare illusioni. Gli sviluppi al motore richiedono mesi di progettazione, test e validazione. Pensare che un singolo aggiornamento possa annullare il gap accumulato è semplicemente irrealistico.

Eppure sarebbe troppo facile attribuire tutto alla potenza. Leclerc è stato il primo a sottolinearlo. Secondo il monegasco, domenica mancava soprattutto il passo. Anche con un motore più competitivo sarebbe stato difficile restare davanti ai rivali, perché la SF-26 non aveva equilibrio e consumava eccessivamente gli pneumatici.

L’errore strategico della Ferrari

Se la macchina non era perfetta, anche il muretto ha le proprie responsabilità. La Ferrari ha impostato la gara cercando di seguire Mercedes e Red Bull, due vetture semplicemente irraggiungibili sul ritmo. Nel tentativo di restare agganciata ai primi, Hamilton e Leclerc hanno stressato eccessivamente le gomme già nel primo stint.

Il risultato è stato un degrado anticipato che ha compromesso completamente la seconda parte della corsa. A fine gara Vasseur lo ha ammesso senza troppi giri di parole. La Ferrari avrebbe dovuto costruire la propria strategia guardando alle McLaren e non alle Mercedes. Un errore di valutazione costato posizioni importanti e che dimostra come, oltre ai limiti tecnici, anche la gestione del weekend non sia stata impeccabile.

Una monoposto estremamente sensibile

Forse è proprio questa la caratteristica che più preoccupa a Maranello. La SF-26 sembra una vettura estremamente dipendente dall’assetto. Quando tutto funziona, come accaduto a Barcellona, può addirittura vincere.

Quando invece il setup esce dalla finestra ideale, il rendimento crolla improvvisamente. Leclerc lo ha spiegato con grande lucidità. Queste monoposto moderne lavorano su equilibri molto delicati e basta sbagliare pochi dettagli per perdere diversi decimi al giro. Spielberg è stato la dimostrazione perfetta di questa fragilità.

Silverstone dirà chi è davvero la Ferrari

Il mondiale non aspetta. Tra pochi giorni la Formula 1 arriverà a Silverstone, un circuito completamente diverso ma altrettanto impegnativo. Curve velocissime, lunghi rettilinei e un tracciato che metterà ancora sotto esame sia l’efficienza aerodinamica sia la potenza della power unit.

Hamilton ha già avvertito che il problema dei rettilinei potrebbe ripresentarsi. Vasseur, invece, guarda soprattutto al lavoro svolto nel weekend. Per il team principal il problema non è stato un singolo componente, ma l’incapacità di mettere insieme tutti gli elementi necessari per essere competitivi.

Ed è forse questa la fotografia più fedele della Ferrari attuale. Non una squadra improvvisamente diventata imbattibile dopo Barcellona. Nemmeno una squadra allo sbando vista in Austria. Piuttosto una monoposto ancora incompleta, velocissima quando ogni dettaglio è perfetto, ma troppo fragile per poter lottare con continuità contro Mercedes, Red Bull e McLaren.

Silverstone sarà molto più di una semplice gara. Sarà il banco di prova che dirà se Spielberg è stato soltanto un incidente di percorso oppure il segnale che la rincorsa Ferrari ha ancora molta strada davanti.

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