Foto di WEC.

Ad Austin il destino ha scelto la sua Ferrari. E non è stata quella che, per tre quarti di gara, sembrava la più forte.

Una notte texana da montagne russe

C’è un momento, nelle corse endurance, in cui la velocità smette di essere l’unica variabile che conta. Il Circuit of the Americas lo ha ricordato a tutti nella notte tra sabato e domenica, restituendo una 6 Ore capace di ribaltare i pronostici nel giro di undici minuti. La Ferrari 499P numero 50, guidata dal trio Antonio Fuoco, Miguel Molina e Nicklas Nielsen, ha conquistato la Lone Star Le Mans in un finale che definire rocambolesco è quasi riduttivo: mentre la Toyota #7 di Nyck De Vries volava verso quello che sembrava un successo scritto, un guasto improvviso ha spento ogni ambizione giapponese a poche curve dal traguardo, spalancando le porte al sorpasso decisivo firmato Nielsen.

Non capitava dal Qatar 2025 che la #50 tagliasse per prima il traguardo, e il ritorno al successo ha un sapore particolare: arriva proprio nel weekend in cui l’altra Rossa, la #51 di Alessandro Pier Guidi, James Calado e Antonio Giovinazzi, sembrava avere in mano la gara.

Quando la strategia diventa un’arma silenziosa

Dietro la vittoria della #50 c’è un lavoro di cesello che va ben oltre la semplice fortuna. La squadra ha scelto di uscire fuori sequenza durante i pit-stop, un azzardo calcolato per liberarsi dal traffico delle vetture GT e ritrovare aria pulita in un tracciato dove la scia altrui penalizza pesantemente l’efficienza aerodinamica. Una mossa che inizialmente ha fatto perdere posizioni, ma che nella seconda metà di gara ha permesso all’equipaggio italo-danese-spagnolo di rimontare con costanza, complice anche un errore dei rivali Alpine che ha aperto varchi preziosi nell’ultima ora.

Nielsen, protagonista dell’aggancio decisivo, ha gestito il finale come un vero funambolo: tenendo a bada gli attacchi da dietro senza mai bruciare le gomme, in un gioco di distanze che lui stesso ha paragonato a un elastico teso fino all’ultimo giro.

Il paradosso della #51: dominare per poi sparire

Se la #50 ha vinto grazie alla pazienza, la #51 ha perso per un dettaglio tecnico tanto banale quanto clamoroso. Giovinazzi, autore di uno stint straordinario che aveva portato il vantaggio fino a venti secondi sugli inseguitori, si è trovato coinvolto in un errore procedurale durante il cambio pilota: lo spegnimento accidentale del motore ha costretto il team a un reset dei sistemi, con una perdita stimata di circa trenta secondi. Un imprevisto che, secondo quanto raccontato dall’ingegnere Giuliano Salvi, non si era mai verificato in quattro anni di programma Ferrari nell’Hypercar.

Da lì, la rimonta con gomme dure non è bastata a rientrare nella zona punti, lasciando l’equipaggio con l’amaro in bocca nonostante un potenziale di vittoria concreto, come confermato dagli stessi ingegneri Ferrari nel dopogara.

Cosa cambia per il Mondiale

Il successo della #50 non è solo simbolico: porta punti pesanti in una classifica Piloti che ora vede Fuoco, Molina e Nielsen a soli 21 punti dalla vetta, riaprendo una lotta che sembrava indirizzata altrove. Per il Mondiale Costruttori, invece, il discorso è più complesso: la zoppicante prestazione della #51 pesa, ma il weekend texano dimostra che la Ferrari ha ancora margini per lottare fino all’ultima gara, tra Fuji, Barcellona e Monza.

Antonello Coletta, a capo del programma Endurance, ha sintetizzato bene lo spirito della squadra: nonostante le difficoltà, il gruppo non si arrende mai, e cerca sempre di massimizzare il risultato anche quando la gara sembra sfuggire di mano.

Una vittoria che pesa più di quanto sembri

Il Texas ha regalato alla Ferrari un successo agrodolce, ma comunque prezioso. Perché nelle corse di durata, come nella vita, non vince sempre il più veloce: vince chi sa restare lucido quando tutto sembra andare storto. La #50 lo ha dimostrato, la #51 lo ha imparato a proprie spese. E con tre gare ancora da giocare, Maranello sa che il titolo può ancora sfuggire o essere conquistato in un dettaglio, proprio come è successo ad Austin.

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